Qualunquista di profumi


Chi sono?
"Chi sono io?! Io sono la moglie del ministro!"
"E facci vedere il tuo ministero!"

La citazione colta
Eppure avrei voluto aprire i cassetti e far scorrere le dita sui bordi impolverati dei quadri. Forse nel cestino dei rifiuti, o nella dispensa, troverò un indizio che mi porterà a te, riuscirò a dipanarti, ti prenderò fra le dita e stenderò ogni filo per sapere quanto misuri.
Jeanette Witterson, Scritto sul corpo.

Le domande della vita
Continuo a domandarmi come facessero i personaggi di Sailor Moon a non riconoscerla quando indossava la mascherina. Con quei capelli!

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domenica, 02 novembre 2008

La verità, secondo me

L’immaginazione al potere: forse il più celebre slogan scritto sui muri di Parigi quaranta anni fa. L’immaginazione al potere non è così immediato come può apparire, poiché, in realtà, al potere vi è comunque immaginazione. È più corretto affermare che ciò che si desiderava fosse permetterne un ricambio, una sostituzione.
L’immaginazione ha potere, è il messaggio –o quantomeno uno fra i più importanti- che sono stati seminati come chicchi da due dei Wu Ming,  nell’incontro che si è tenuto a Bologna il 28 Ottobre 2008 in Via Zamboni 38. Questo scritto rappresenta ciò che ne è germogliato. È la verità su quello che sta accadendo qui in questi giorni, e lo è in modo oggettivo e personale allo stesso tempo.  Posso raccontare soltanto la verità che ho vissuto sulla mia pelle, che, come è ovvio, ha sfumature e densità differenti da quella degli altri centomila abitanti che esistono, vivono e vagano in questa città.
Mi chiamo Valentina, ho ventidue anni, fra due settimane conseguirò la laurea in Lingue e Letterature straniere. Non faccio parte di alcuna organizzazione studentesca, politica, non sono inglobata in alcun tipo di struttura, associazione, federazione, sebbene, come tutti abbia delle idee in cui mi riconosco. Ma parlo per quel che riguarda me, e me sola. Ci tengo a precisarlo.
Questo intervento nasce, in primo luogo, dall’esigenza di rispondere all’esigenza comune, quasi banale, di raccontare ad amici compatrioti che studiano all’estero, ma che tuttavia non possono fare a meno di interessarsi alle vicende italiane, gli avvenimenti di questi giorni delicati. E dal momento che ci sono, mi auguro che anche qualcun altro avrà la pazienza e la voglia di informarsi, di ascoltare il rintocco della campana non invischiato in reti di potere e tornaconti personali. Non me la prenderò se cestinerete il mio messaggio, anche se non si tratta di spam, né di sterile polemica. Non si tratta nemmeno di polemica. O forse sì, forse qualcosa c’è, forse in fondo sono una studentessa fannullona e facinorosa anche io. Mangio bambini, sono strumentalizzata dalla sinistra e verrò picchiata, con ragione, dalla polizia.

L’immaginazione ha potere. Le parole hanno potere, le parole conducono ai fatti, affermano i due affascinanti oratori che abbiamo avuto modo di ascoltare dal vivo, ed in tale processo i racconti svolgono un ruolo determinante. Mi è stato fatto notare quanto smentire una notizia, sebbene in modo dettagliato, spesso non fa che rafforzare una convinzione. “Non pensate all’elefante” equivale a creare, in voi che leggete, immagini di orecchie enormi, zanne e proboscidi. “La polizia non è la giustizia” è ri-accostare i due concetti, è consolidarne il legame. Non occorrono altri esempi. Confesso di non aver mai pensato ad un qualcosa che sembra così ovvio. Lo sto facendo ora. E se, nella migliore delle ipotesi, si toccherà il campo scomposto ed incoerente delle emozioni, avrò impiegato nel modo migliore il mio tempo, perché, assoldata la forza della voce e pensiero, sarebbe folle negare quella dei sentimenti.

Lo scenario si apre su una giornata uggiosa di Novembre. Il Ventotto Ottobre Duemilaotto, per le strade di Bologna veniva giù che Dio la mandava. Quando, da intrepida eroina, ho impugnato il mio ombrello dello stesso colore della notte –per inciso, stravedo per paragoni e metafore dozzinali almeno quanto amo i vecchi proverbi-, dicevo, brandito l’ombrello, che ha una storia a parte che magari un giorno vi racconterò, sono stata intercettata dall’occhiata obliqua del mio coinquilino, sovrastato dalla mole di studio di cinese. Mole di studio anch’essa molto cinese, me lo si conceda.
“Vale ma sei sicura di voler andare?”. “Sì.”
Un’eroina con le controbiglie utilizzerebbe un tono basso e deciso, vibrante di forza della determinazione. Io mi sono limitata a rispondere con quello solito da svampita, mentre con una mano abbottonavo il fedele giubbotto arancione, mi muovevo sinuosa verso la porta sistemandomi lo zaino sulle spalle e cercavo, al contempo, di salvare tre o quattro orsi polari dall’annegamento. Tanto più che la decisione era stata presa qualcosa come un’oretta prima, e qualcosa come tre orette prima la nostra salvatrice di Bologna ignorava beatamente l’esistenza della visita dei Wu Ming. Ma si sa che le conversazioni msn sopperiscono in modo egregio al deficit di informazioni.
Ci accusano di essere studenti fannulloni. Che non hanno nulla di meglio da fare che occupare scuole o organizzare manifestazioni per poter fare fuga. Troppo facile assegnare categorie, ridurre, sminuire. Voglio che mi si spieghi, allora, quelle persone stipate alle nove della sera in Aula tre, pretendo che mi si spieghi come mai ragazzi poco più che ventenni hanno aspettato per quasi un’ora e mezza, quando avrebbero potuto guardare un film o passare la serata a chattare nel tepore della propria casa. Studenti provenienti dalle zone opposte di Bologna, e parlo perché lo so, perché alcuni di loro li conosco.
Vorrei raccontarvi del religioso silenzio con cui una massa di forse quattrocento ragazzi, ammucchiati ovunque, hanno ascoltato in un religioso silenzio appena speziato di fumo, un intervento che di sovversivo e di politico non ha avuto e non prometteva nulla. Nulla. Ma che è stato ancor più pericoloso, da un certo punto di vista. Perché quando sei seduta nel tuo banco di legno attorniata da nasi bocche capelli mani e corpi di ogni tipo a te legati da quello stretto cordone ombelicale che rappresenta la nostra vita per dieci mesi l’anno, l’università, questa creatura mitica dalle innumerevoli teste da schiacciare, questo impero di cartapesta troppo spesso compresso fino ad essere relegato nell’ultimo cassetto, quando, dicevo, sei circondata dal silenzioso dissenso di Anna, Francesco, Sara, non puoi fare a meno di avvertire, fisicamente, sorpresa, euforica, affascinata, l’energia in potenza di un simile assembramento. La certezza che potremmo sanare le crepe dell’impero, se dipendesse soltanto da noi, che potremmo migliorare e migliorarci. Forse è La Storia che ritorna e fra vent’anni, se sarò ancora vitale, guarderò a questa me con compassione ed un cinismo ancora maggiore. Ma ora sono qua, e credo nelle idee, e ci sto provando. Nonostante tutto, nel mio piccolo –anche in senso letterale, sorrideranno coloro che mi conoscono dal vivo-, ci sto provando.

Potrei chiudere così questo mio intervento in attesa del prossimo. Ma credo che non lo farò, perché stasera ho la sensazione che tutto quello che ho fatto in questi giorni sia stato predisposto per arrivare a questo momento.
Vi racconterò, dunque, una vera storia.
C’era una volta il Trenta Novembre Duemilaotto a Bologna. C’era una volta il Trenta Novembre Duemilaotto che non appare sui giornali e che non viene raccontato al telegiornale. Perché personalmente mi fa una rabbia sorda, cocente, che la prima cosa che si legga e si senta sia Scontri, Sei Feriti.
LA STAMPA DICA LA VERITÀ, recitava il cartello di Cinzia alla manifestazione. La stampa ha detto, come spesso avviene, la sua subdola porzione di verità, quella verità che spinge mia madre a telefonarmi ed ingiungermi di non partecipare a cortei e proteste, perché preferisce avere una figlia vigliacca piuttosto che una figlia con un braccio rotto o un trauma cranico. No. Aspettate. Con questo non voglio dire che chiunque non abbia aderito sia un codardo, niente di più falso. Sto solo dicendo che lo sarei stata io, se avessi rinunciato a parteciparvi pur credendoci.

Ancora una volta, l’inquadratura si apre su uno scenario che ha molto di apocalittico. Alle sette del mattino una tramontana feroce rombava contro i vetri della mia finestra. Mi sono alzata presagendo il peggio per una possibile riuscita del corteo, anche se, quei pochi iracondi presenti sarebbero stati perfettamente in simbiosi con il tempo meteorologico. Un clima catastrofico, da film. Un po’ come quando al cinema le tragedie avvengono sempre sotto la pioggia battente – una cosa che ho sempre trovato di una banalità rivoltante.
Curiosamente, il tempo sembra cambiarsi d’abito nell’arco di un’ora. Nel mio giubbotto del colore della comunicazione squagliavo un po’. Dunque, la vostra scattante futura reporter ha raggiunto con facilità Piazza Maggiore, dove si è imbattuta in altri rari –non troppo però- esemplari della Facoltà di Lingue e Letterature Straniere Moderne.
Mi è molto difficile fare una stima delle persone presenti, essendo stata io stessa fagocitata all’interno della folla. C’è chi dice Trentamila, c’è chi le spara più alte e chi, ovviamente, molto più basse. La cosa certa è che la folla che si snodava era enorme, e la partecipazione variegata. Bambini, adulti, professoresse, maestre, studenti, liceali, lavoratori, facinorosi, cinni in piena fase di crisi ormonale. Il variegato popolo bolognese attendeva pacifico sotto le chiappe del Nettuno, e variegato lo era davvero, perché questo decreto non fa differenza di destra e sinistra e su e giù e centro. Qua si tratta di tagliare i fondi. Bona. Finish. Kaput. E questo è quanto.
Sono uscita di casa alle 09:00 del mattino. Sono rientrata in casa alle 17:00. Per tutte queste ore ci sono stati, forse, dieci minuti scarsi di disordine. Non racconterò ciò che non ho visto. Non ho assistito con questi miei propri occhi cerulei alla scena, posso solo dirvi che giunti in Via Castiglione, dove era uno schieramento della polizia, per grossomodo quattro, e lo ribadisco, QUATTRO minuti, il clima da manifestazione pulita, perfino allegra –cori gioviali, un sacco di foto, saluti, incontri, scambi-, è stato sostituito da qualcos’altro. Come un unico animale formicolante ed impazzito, la folla ha corso, spinto, è strabordata sotto i portici. Il messaggio scandito uno solo: pericolo. Sgomenta dal panico generale mi sono gettata anche io a sinistra, vicino alle colonne, Via Cartoleria ormai libera, l’animale immesso nei lati. Mi sono ritrovata sola. Questa è la mia personale verità, come ogni verità ha anche brutture, lati spiacevoli, e confesserò candidamente che c’è stato un momento, il momento in cui abbiamo cessato di essere Valentina, Alessio, Mimmo, Elisa e siamo diventati un’unica grande creatura con un solo, violento imperativo, sopravvivere, è stato di paura. In cui ho realmente compreso che immagini ci fossero dietro le raccomandazioni di mia madre. Anche perché, parliamone, non arrivo ai 160 centimetri e peso 46 Kg scarsi, e non ne sono ancora certa ma credo che una manganellata bene assestata possa produrre qualche danno durevole.
Ma si è trattato di una manciata di secondi. Il minuto successivo, già avanzavo svelta verso l’origine del disordine, cercando di capire cosa esattamente fosse successo, senza pregiudizi sulla pulla, per dirla con il ggergo ggiovanile, –che forse proprio tranquilla non era, a giudicare dal loro numero rapportato al nostro. Non si è sentita la sirena di una sola ambulanza. Tempo cinque minuti e stavamo già confluendo via, sostando un attimo sul portico di Lingue, e venendo –c’è anche un risvolto comico in questo- incalzati dai cori della gente del corteo che continuava a scorrere e che aveva pensato fossimo lì solo a guardare.
Mi si permetta, ci sia permessa, perché di questo abbiamo avuto modo di parlare un paio di giorni fa, una riflessione. Chiediamoci quanta violenza in questo tipo di manifestazioni avvenga davvero in modo spontaneo -il mio amico Giovanni chiedeva, infatti, come è possibile che gente palesemente armata, che interi furgoni, si facciano largo fin del cuore delle sfilate senza che chi di dovere muova un mignolo per fermarli prima-, chiediamoci come sia permesso a Francesco Cossiga di invocare il suono delle ambulanze ed i massacri –con parole che personalmente trovo agghiaccianti- e poi passare, noi, per agitatori e violenti, domandiamoci perché in una riuscitissima protesta della durata di sette ore quello che viene sbattuto sui titoli sia solo la giornalista colpita da una bottiglia.
Che poi le teste “calde” ci siano, non ci piove. Che alcune di loro, difficilmente identificabili, si mischino, con il preciso desiderio di menar le mani, ai comuni pacifici mortali, è, forse, inevitabile. Ma quello che possiamo, quello che dobbiamo evitare, è di fare tutta l’erba un fascio. Peggio, di fare dello 0,5% tutta l’erba.
Riprendo il filo della narrazione. Il corteo, a Bologna, avrebbe dovuto terminare e sciogliersi allora. In Via Santo Stefano. Peraltro il global warming si è fatto sentire nuovamente, perché il vento gelido dell’Est condito con un bello scroscio di pioggia nordica ha iniziato ad  inzuppare i nostri protagonisti. Invece di dividersi e sparpagliarsi e fare ritorno alle proprie atttività individuali, è avvenuto il vero miracolo, la vera sorpresa. Il corpo studentesco si è riversato nei viali, la manifestazione è andata oltre quello che era stato stabilito, oltre il progetto iniziale. Una folla colorata è passata attraverso il traffico dei viali, e, sapete, la cosa incredibile, la cosa davvero incredibile, è che non solo ce l’hanno permesso, non solo tutto si è svolto con una certa naturalezza, ma gli automobilisti, bus compresi, ingolfati in questo mobile agglomerato umano, invece di tentare uno sterminio di massa, erano solidali con noi. Il che, probabilmente, la dice più lunga di tutto il resto. Un tripudio di claxons, di sorrisi. Un episodio, in particolare, mi ha commossa: lungo il percorso abbiamo incontrato quello che doveva essere un nonno ultraottantenne. Con una semplicità che non può che essere toccante, ci ha detto: “Dovete studiare, voi che siete così bravi”. Dobbiamo studiare. Dobbiamo preservare il diritto di studiare. E, sapete, quello che trapela dalle sue parole, almeno per me, è molto di più. È una frase che parla di quando, sessanta anni fa, o si lavorava la terra o si lavorava la terra, le famiglie avevano in media cinque figli e ci si fermava alla quinta elementare. Ora abbiamo i mezzi –ed a volte non la voglia, ahi noi
-, ci è data la possibilità di essere bravi, ma soprattutto, ci è data la possibilità. L’ignoranza è diventata una scelta, lasciamo che resti tale.
Siamo infine sfociati, fighetti di giurisprudenza e sfattoni di scienze politiche, impeccabili chimici e linguisti terremotati –i miei capelli erano ormai tutto un programma-, ed è stato così naturale, così ovvio, così giusto, nel luogo per eccellenza dove la Storia e le storie si diramano. Dove nascono gli inizi e muoiono i fatti. La stazione di Bologna. Sarà un principio, questo? Sarà un declino?
Io, il mio racconto l’ho terminato. Quello che non ho finito sono le cose da dire. Potrei avere avuto L’Idea Del Secolo. Potrebbe davvero essere la forma di protesta più incisiva, pacifica ed efficace in Italia negli ultimi anni. Ma di questo parlerò nel prossimo episodio. Per ora, buona notte. Anche perché se il matto che abita al piano di sopra sentirà un’altra volta Hell is around the corner, altro che manganelli e madama, la vostra umile narratrice non sopravvivrà al mattino.




lunedì, 01 settembre 2008



Sai una cosa, é meglio di un buco. Mi eccita un casino. Anche a me piace. Mi sono sempre piaciuti i capelli ricci. E' bello sentirli attorno alle dita. Non puoi semplicemente passarci la mano come con quelli lisci. Fanno resistenza. E' come se avessero vita propria ed é eccitante quando li sconfiggi.
                                                                                                             
                                                                                
                                                                                 Requiem per un sogno

 





domenica, 31 agosto 2008

Cinquantanovesima legge di Murphy: quando sei di fronte ad una vetrina a criticare la merce esposta, c'è il 90% di possibilità che quel vecchiardo in simil-pigiama, all'apparenza innocuo, sia il proprietario del negozio.

Però, detto fra noi, l'orologio era davvero kitch. a tratti pareva un termosifone, pareva!


sabato, 30 agosto 2008

Cinquantottesima legge di Murphy: le probabilità che un tuo intervento venga letto dalla persona che citi sono direttamente proporzionali a quanto male se ne sta parlando.
Un applauso alla Vale. Esistono anche apposite canzoncine. Intoniamo tutti insieme: "Poroporò, poroporò, poroporòpopò...".


Se mia madre sapesse che all'una di notte di un mercoledì universitario mi dirigo, appollaiata su una traballante bici guidata da un'amica, in una rinomata discoteca gay bolognese, se lo sapesse, io credo che potrei ambire con parecchie probabilità di successo al trono della pecora nera della famiglia.
mercoledì, 27 agosto 2008

Ma chi è quel cretino che ha affermato che chi sorride spesso fa molto sesso?
martedì, 19 agosto 2008

Prendiamo un gruppo di paninari e squinzie, compagni di università, che stanno bivaccando in un parco, allegri come nella miglior pubblicità di assorbenti. Prendiamo una tipa forse sul nerd-andante, che se ne sta in disparte, e guarda con l'occhio di trota di chi sta partecipando solo mentalmente.
Mi accorgo del suo disagio. Si tratta di una russista del terzo, un'amica di Elena. Le vado vicino, le sorrido, le dico qualche sciocchezza ed aggiungo qualcos'altro sulla stessa falsariga a proposito dell'argomento di cui si sta parlando.

Vale: "Avvicinati, é piuttosto interessante".
M.: "Eh...é che sono timida".
M.: "Sai...non credevo esistesse qualcuno tanto più basso di me".
Vale: "..."
Vale: "Questa é una cosa veramente stronza da dire".
M.: "E' la tipica frase di quando una nanetta come me ne incontra un'altra".

Risposta sbagliata. E per’altro simpatica come un cane lupo attaccato ad una gamba. È una cosa che ho avuto modo di notare non solo nel corso del tempo e non solo sulla sottoscritta, ma su tutte coloro che rientrano, chi più e chi meno, nella categoria delle ragazze con altezza al di sotto della media. Atteggiamento tanto diffuso quanto fastidioso.
Cioè. Ormai dopo più di dieci anni trascorsi con un’invisibile (per noi) bersaglio sfavillante (che manco si vincesse qualcosa! Ed aggiungo, nel mio caso: che almeno potessi vincere Miss maglietta bagnata!) spalmato addosso, una ci fa l’abitudine. Parrebbe strano anche il contrario.
Ma questo non cancella il quesito: perché mai la gente si sente in sacrosanto diritto di spararti la sua battuta cerebrolesa? Si trattasse, chessò, delle caviglie grosse o di una panza da Faridah Benkhetache in Cous Cous, non si fiata, ma quando si incontra qualcuna alta un soldo de cacio, ZAC! la tentazione si fa irresistibile.
La vera tragedia è che per me non si tratta nemmeno di un difetto fisico. Anzi, dirò di più: se potessi, cambierei un fottio di cose della sottoscritta, ma il mio metro e un flacone di profumo me lo terrei stretto. Dunque, il problema non c'è? Te lo veniamo a creare noi, a domicilio e senza costi aggiuntivi.
Per dirla proprio tutta non è un difetto nemmeno per il resto del mondo, se poi si dichiara, ad esempio, Natalie Portman (che è alta esattamente quattro centimetri più di me) come una delle donne più belle del mondo. Poi, per carità, io non avrò il suo viso. Né ho il paniere di Kylie Minogue, né le proporzioni di Avril Lavigne (e né, grazie al cielo, il suo naso un po’ maialesco). Ma ancora non capisco perché dovete venire a rompere i coglioni.

sabato, 09 agosto 2008

La mia migliore amica mi preferisce una crema solare. Credo che inizierò a pensare seriamente al suicidio.
venerdì, 01 agosto 2008

Come la scatola di Dominique Bredoteau, un quaderno di indirizzi vecchio di sei anni si apre su un recente passato.
Non chiamava mai nessuno per nome. Insieme alla sua ombra si trascinava dietro un carisma quasi tangibile. Il suo sorriso sghembo, il modo in cui sembrava sempre sul punto di raccontare un segreto. Le mie mani fra i suoi capelli, le sue sui miei.
Non aveva bisogno di un motivo per baciare. Perenni, pronunciate occhiaie, viso smagrito, ma poteva avere qualsiasi ragazza desiderasse. Non avevo mai conosciuto nessuno che sembrasse nudo anche quando era vestito, l'innata personalità di ogni suo gesto mi sbalordiva.
Me ne innamorai follemente. Solo guardarlo mi procurava un dolore fisico. All'aereoporto di Milano restai a guardarlo per minuti interi mentre scompariva nella luce abbagliante di un pomeriggio di Agosto con la sua valigia, per imprimermi indelebilmente quella immagine per i mesi, gli anni successivi. A Settembre a causa della troppa stanchezza soffrii per qualche tempo di deboli allucinazioni. Ricordo che una volta attraversando la strada, mi fermai con il cuore in gola: sul lato opposto c'era lui, vestito di nero, rideva e stava per sollevare la testa. Scomparve nell'arco di tempo di un battito di palpebre. Fossi stata in una commedia americana, probabilmente, dalla parte opposta dell'Italia, qualunque strada stesse attraversando, sarebbe stato davvero, vestito di nero, in procinto di sollevare il viso.
Ed ora, ora ci sono le foto che non ho mai avuto. E c'è questo.

Questo sito nasce con una precisa filosofia: ritrovare la lentezza.
non sono le informazioni a mancare, non è la precisione. è la coscienza di onnipotenza verso il tempo che viene volutamente abbandonata.
la gioiosa consapevolezza della sottomissione allo scorrere, lento, del tempo è la chiave di trasformazione dell’effimero in prolungato. l’infinito è comunque irraggiungibile.
trasformare l’impazienza in goduria.
ritrovare la lentezza.






domenica, 27 luglio 2008

In ogni famiglia che si rispetti, la giovane virgulta della dimora ha dei compiti. C'è la fanciullina che lustra e pulisce, quella che bada che i mocciosetti di casa non si gettino dal balcone credendosi la versione figa di Superpippo e poi c'é quella che prepara, con la classe di Antonella Clerici (mito indiscusso della mia amica cinese Ben Yue) ed il salubre vigore rampante di quel vecchio rincoglionito di Beppe Bigazzi, pranzetti deliziosi.
Ed infine ci sono famiglie in cui la donzelletta che vien dalla campagna e che ci vuole andare a vivere ha la responsabilità di battezzare i gatti domestici. È il caso della vostra umile narratrice.
Dapprincipio ci fu Enea. Creduta un maschio, gli fu affibbiato il nome del capostipite dei re di Roma. Mica pizza e fichi. La sua specialità era correre come un dardo appena si apriva la porta della cucina e ficcarsi nell'armadio. Quando la bestia scompariva per ore, mi toccava ravanare nell'antro per ripescarla.
Poi venne il turno di Dionigi. Esemplare rosso malpelo dotato di orecchie spropositate. La sua specialità era, invece, ingozzarsi come un cinese ed un piatto di spaghetti. Dopo averci ridotto sul lastrico per la quantità di croccantini ingurgiatata, si diede alla macchia e non se ne é mai saputo nulla.
Nemo, il siamese aggressivo con il nome più normale, mostrava una invidiabile vitalità. Il cerbiatto dell'Olio Cuore era una mezza sega in confronto. Tendeva agguati alle ginocchia di mia madre (che, per legittima difesa, gridava come un'aspide), ed a quelle di tutta la famiglia. Saltellava di lato come una scimmietta, facendomi sganasciare dalle risate. Accolse ben volentieri l'arrivo di Saverio, per gli amici Virio. Che inizialmente soffiava come se avessimo infilato un petardo nel più sacro dei suoi buchi. Probabilmente spinto dalla frenesia libidinosa, all'età di sei mesi circa si allontanò e da quel pirla che era non sarà riuscito a ritrovare la strada di casa.
Adesso sta giungendo l'era di Pilone. Per gli amici Pillo.